Andrea Kimi Antonelli è entrato nella leggenda della Formula 1, conquistando il titolo mondiale e stabilendo il record storico di pilota più giovane a fregiarsi dell’iride, un traguardo che mancava all’Italia dai tempi di Alberto Ascari nel 1953. Di fronte a questo straordinario risultato, Alessandro Benetton ha voluto dedicare un lungo e appassionato post sul proprio profilo LinkedIn, ripercorrendo i momenti chiave di questa storica impresa e riflettendo sul valore del talento italiano nel mondo.
Quella di Antonelli è stata un’impresa straordinaria, celebrata anche da Max Verstappen e Lewis Hamilton, che al termine del Gran Premio in Messico lo hanno portato in trionfo sulle proprie spalle. L’imprenditore ha ricordato come il giovane talento bolognese si sia imposto ai vertici mondiali al volante di una vettura tedesca progettata in Inghilterra, guidata da una squadra con vertici austriaci e voluta da chi ha creduto in lui nonostante le perplessità iniziali di molti. Un percorso che ha riacceso nella memoria dell’imprenditore ricordi personali legati alla storia di famiglia e alla scuderia che porta il suo nome. “Conosco quella formula, solo al contrario. Alle Benetton Formula eravamo una famiglia veneta che arrivava dai maglioni, con una fabbrica in Inghilterra e un giovane tedesco di nome Michael Schumacher. E la nostra prima vittoria con Gerhard Berger è arrivata sempre in Messico, nel 1986”, scrive.
Nel suo post social, Alessandro Benetton si sofferma su come la commistione di culture e nazionalità diverse nel motorsport amplifichi il valore del proprio Paese d’appartenenza su ogni pista del mondo. “Ogni pilota porta il suo Paese in pista. Noi italiani spesso trattiamo il nostro modo di fare come un limite da correggere. All’estero, è spesso ciò che fa la differenza: leggere le persone prima dei numeri, sapersi adattare senza perdere il proprio centro, curare il modo in cui le cose vengono fatte, non solo il fatto di portarle a termine”.
Antonelli ne è l’esempio. “È cresciuto all’interno di un’organizzazione tedesca da quando aveva 12 anni”, senza mai smettere di essere un ragazzo di Bologna. Proprio guardando a questo percorso di crescita e contaminazione culturale, Alessandro Benetton chiude la sua riflessione con un invito rivolto alle nuove generazioni: “Ecco perché, ogni volta che ne ho avuto l’occasione, ho suggerito di passare del tempo a lavorare o studiare fuori dall’Italia. La contaminazione regala metodo e apertura mentale. E chi sei viene via con te: spesso, è esattamente ciò che manca a tutti gli altri”.
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