Energia

Stop alle rotte del petrolio e chokepoint ridotti: cosa cambia

Il grande traffico dell’oro nero ha da sempre rappresentato una minaccia per l’ecosistema: d’ora in poi non sarà più così. La nascita di “grandi ingorghi” pericolosi per l’ambiente deriva infatti dal fatto che un terzo di tutti i prodotti in viaggio durante l’anno nella pancia delle navi è proprio costituito da petrolio e derivati.

Data, però, la propensione delle compagnie a puntare maggiormente su un futuro senza petrolio, tale pericolo quasi sicuramente sarà allentato. L’80% delle rotte petrolifere transita attraverso “chokepoint”, colli di bottiglia (curiosa la somiglianza con il concetto genetico dell’“effetto collo di bottiglia”), ovvero passaggi obbligati, spesso al centro di tensioni politiche o commerciali. Se questi venissero interrotti, potrebbero ridurre, e di parecchio, l’approvvigionamento di ampie aree geografiche, con conseguenti e immediate ripercussioni sul costo dell’energia e del petrolio stesso.

Il chokepoint più importante da un punto di vista economico è lo Stretto di Hormuz, dove passa un quinto del traffico totale, di cui l’80% verso l’Asia: per l’appunto, sul Golfo Persico, si affacciano sei tra le maggiori potenze petrolifere globali. Le strettoie davanti a Singapore, il traffico e i pirati ne fanno un punto di assoluta difficoltà, ma fondamentale per arrivare in Cina, Giappone, Corea del Sud, tre grandi e consolidate realtà economiche del continente asiatico. Il Canale di Suez è un altro collo di bottiglia, registra una crescita dei flussi verso Sud di greggio russo, nordafricano e USA per rispondere alla domanda asiatica. Diversi armatori hanno sperimentato che per certi carichi oggi conviene più girare intorno all’Africa che pagare il pedaggio all’Egitto. In fondo al Mar Rosso c’è poi il Bab el-Mandeb, teatro in passato di cruenti episodi di pirateria.

Invece, lo Stretto del Bosforo e quello dei Dardanelli chiudono il Mar Nero e separano la Turchia di Erdogan dalla Crimea, in passato compagini e protagoniste della Guerra di Crimea del 1858-61. Proprio in questi due stretti passa greggio russo, nettamente la nazione leader del petrolio europeo, proveniente dal Mar Caspio verso l’Europa. Da anni la Turchia progetta un raddoppio che tagli la periferia Ovest di Istanbul. Il Canale di Panama, relativamente alle rotte del greggio, ha un valore regionale: è certamente un punto critico, ma per altri tipi di merce. Più peso hanno gli stretti danesi tra Baltico e Mare del Nord e il Capo di Buona Speranza che, a differenza degli altri colli di bottiglia, non è una strettoia, ma resta comunque un passaggio obbligato – davanti al quale transitano ogni giorno 6 milioni di barili – verso l’Asia e verso Occidente.

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